A proposito di personaggi femminili – Morena, Jack Nicholson, John Updike e le differenze

Durante una presentazione di Dentro una camera, giunti al momento delle domande del pubblico, sono stato spiazzato dall’intervento di una persona che aveva già letto il romanzo.

Mi aspettavo una domanda sull’ambizione e l’egoismo di Umberto, sulla fragilità e il talento di Vincenzo, sulladisp onibilità e le ombre di Massimo, perché in genere chi mi ha letto vuole saperne di più sui miei tre protagonisti; invece questa persona mi ha chiesto di Morena.

Dopo aver premesso che considero Morena il personaggio femminile di maggior spessore del romanzo, ho risposto alla domanda, e ho concluso dicendo che forse sono sessista, perché mi trovo più a mio agio a lavorare sui personaggi maschili piuttosto che su quelli femminili. In realtà, credo che questo dipenda semplicemente dal fatto che sono un uomo, e che nella mia vita ho condiviso più spesso momenti di confronto e confidenza con amici uomini anziché con amiche donne.

Quando la presentazione è finita, e sono tornato a casa mia, ho continuato a pensare al fatto che, mentre reputo di conoscere i miei personaggi maschili come le mie tasche, non mi sento di poter dire lo stesso per Morena, nonostante il tempo che le ho dedicato. In un certo senso, sono convinto che Umberto, Vincenzo e Massimo esistano davvero, fuori dalle mie pagine; ma Morena? Esiste anche lei? Non è un domanda da poco, per uno che ha cercato di raccontare una storia quanto più simile possibile alla vita reale. Mentre ci pensavo, mi è venuta in mente la battuta recitata da Jack Nicholson, nei panni di Melvin Udall, nel pluripremiato film Qualcosa è cambiato. Melvin è un famoso scrittore di romanzi rosa, e quando un’ammiratrice gli chiede come fa a descrivere le donne così bene lui risponde: penso a un uomo, e gli tolgo razionalità e affidabilità. Naturalmente questa battuta – che in realtà fu la risposta di John Updike, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1982 con Sei ricco, Coniglio, alla stessa domanda – non è un vero consiglio per chi si occupa di scrittura creativa, serve a caratterizzare il personaggio di Melvin che è un misantropo razzista sofferente di disturbo ossessivo-compulsivo.

È però vero che la battuta riguarda un problema che prima o poi incontriamo tutti noi che raccontiamo storie, e cioè parlare di ciò che non siamo.

Per quanto mi riguarda, la notte dopo la presentazione di cui sopra, ho pensato che i miei personaggi maschili rappresentano gli uomini che conosco, e quelli femminili – sempre in riferimento ai personaggi principali –  le donne che vorrei conoscere. Ma dopo averci dormito su ho capito che questa cosa non è bella, e per fortuna non è neppure vera.Per descrivere quello che non siamo, per vedere il mondo con occhi diversi dai nostri, la speranza, il sogno – e, se volete, l’utopia – sono importanti, ma non bastano. Usati da soli, possono portarci a un lavoro scadente. Se scriviamo non solo di chi appartiene a un genere sessuale diverso dal nostro, ma più in generale di chi appartiene a una razza, un paese, una religione, una cultura diversa dalla nostra, usando sempre i guanti di velluto e solo per tesserne le lodi, i nostri personaggi saranno debolissimi e le loro vicende poco interessanti.

Per raccontare ciò che è diverso da noi, quello che serve davvero è la curiosità di conoscerlo, in maniera sincera e senza preconcetti. Si tratta di una ricerca infinita, perché non arriveremo mai al punto di capire qualcosa o qualcuno nel senso letterale dell’espressione, ma ogni cosa in più che scopriamo, se sapremo usarla, darà un tassello di sincerità ai nostri personaggi.

Tornando al punto di partenza, cioè a Morena, dopo averci riflettuto ho trovato conforto nella consapevolezza di aver usato la fantasia per dosare pregi e difetti di donne che ho incontrato, e di cui qualcosa ho capito. Continuo a ritenere di non conoscerla quanto conosco Umberto, Massimo e Vincenzo, ma sono convinto che anche Morena esista, là fuori.

Chiudo con un’altra battuta cinematografica, più ottimista; in Scent of a woman, remake dell’italiano Profumo di donna, il personaggio di Al Pacino dice al giovane che lo accompagna: se smetti di essere curioso, sei bello che morto. Riportandola nel mondo della scrittura creativa, potremmo dire che uno scrittore che smette di essere curioso, smette di essere uno scrittore.

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2 Comments

  1. mafalda

    Da accanita lettrice che non ha mai provato a scrivere, non mi ero posta il problema di raccontare il diverso,ma devo dire che nelle mie letture prediligo personaggi e ambientazioni diversi rispetto al mio vissuto

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    1. Pierluigi Siclari (Post author)

      Capisco perfettamente, la curiosità non ci spinge solo nella scrittura ma anche, e soprattutto, nella lettura.

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