La paga del sabato di Beppe Fenoglio

La paga del sabato venne pubblicato nel ’69, cinque anni dopo la morte di Fenoglio. Lo scrittore aveva lavorato al manoscritto tra la fine degli anni quaranta e l’inizio del decennio successivo, confrontandosi, tra gli altri, con Calvino, Vittorini e Natalia Ginzburg, e preferendo poi trasformare alcuni episodi dell’opera in due racconti contenuti nella raccolta I ventitré giorni della città di Alba.

Il protagonista de La paga del sabato, Ettore, è un giovane col problema di dover trovarsi un lavoro. Ma la difficoltà di Ettore non dipende – o comunque non solo – da una congiuntura economica sfavorevole; si tratta piuttosto di una condizione esistenziale:

Così ce l’hai con me perché non lavoro e non ti porto a casa un po’ di sporchi soldi. Non guadagno, ma mangio, bevo, fumo, e la domenica sera vado a ballare e il lunedì mi compero il giornale dello sport. Per questo ce l’hai con me, perché io senza guadagnarmele voglio tutte le cose che hanno quelli che se le guadagnano. Tu capisci solo questo, il resto no, il resto non lo capisci, non vuoi capirlo, perché è vero ma è contro il tuo interesse. Io non mi trovo in questa vita, e tu lo capisci ma non ci stai. Io non mi trovo in questa vita perché ho fatto la guerra. Ricordatene sempre che io ho fatto la guerra, e la guerra mi ha cambiato, mi ha rotto l’abitudine a questa vita qui. Io lo capivo fin d’allora che non mi sarei poi ritrovato in questa vita qui. E adesso sto tutto il giorno a far niente perché cerco di rifarci l’abitudine, son tutto concentrato lì. Questo è quello che devi capire e invece tu non vuoi capire.

Questo è ciò che Ettore dice alla madre, con cui ha un rapporto conflittuale. Più sereno è invece quello con il padre, e quando l’uomo gli trova un impiego presso la fabbrica di cioccolato, Ettore non avrà il coraggio di rifiutare, ma poi, davanti all’ingresso della fabbrica, non avrà neanche il coraggio di entrare:

Io avrò un destino dal vostro, non dico più bello o più brutto, ma diverso. Voi fate con naturalezza dei sacrifici che per me sono enormi, insopportabili… Ecco là i tipi che mai niente vedevano e tutto dovevano farsi raccontare… E alla sera uscivano da quelle quattro mura, con un mucchietto di soldi assicurati per la fine del mese, e un pizzico di cenere di quello che era stata la giornata.

Rifiutato di fatto il lavoro trovatogli del padre, Ettore si dedicherà ad affari redditizi ma poco puliti, insieme al furbo Bianco e al fedele – e cretino – Palmo.
Mi piace chiudere con le parole rivolte proprio da Calvino a Fenoglio in una lettera del novembre 1950:

[…] sai centrare le situazioni psicologiche particolarissime con una sicurezza che davvero mi sembra rara. I rapporti di Ettore con la madre e col padre, quei litigi, quei desinari in famiglia, e anche i rapporti con Vanda, e tutto il personaggio di Ettore; e certe cose della rivalità Ettore-Palmo… Non ultimo merito è quello di documento della storia di una generazione; l’aver parlato per la prima volta con rigorosa chiarezza del problema morale di tanti giovani e partigiani. Tu non dai giudizi espliciti, ma, come dev’essere, la morale è tutta implicita nel racconto, ed è quanto io credo debba fare lo scrittore.

Share

Leave a Comment

Your email address will not be published.