La concezione del dolore secondo David Lynch

David Lynch è regista e sceneggiatore di film noti per la componente surrealista, le sequenze oniriche e l’uso di simboli di difficile interpretazione. Ancora oggi, sul web, fan accaniti e spettatori occasionali discutono sul significato dei suoi film, anche di quelli usciti più di trent’anni fa.

In acque profonde David Lynch
Lynch è decisamente restio a parlare dei suoi film; ad esempio non ha mai voluto commentare il significato della chiave e della scatola di Mulholland Drive, anche se in riferimento allo stesso film ha indicato una lista di dieci indizi (dieci domande) per la comprensione dell’opera.

Il suo atteggiamento ha aumentato l’alone di mistero che avvolge la sua produzione, e anche numerose critiche.

Nel 2006 Lynch ha pubblicato In acque profonde, libro che raccoglie le sue riflessioni sulla vita, sul cinema, sulla meditazione e sulla creatività.
Nell’opera Lynch conferma la riluttanza a parlare dei suoi lavori:

I commenti del regista aprono la strada alla possibilità che il pubblico cambi la propria interpretazione della cosa in assoluto più importante: il film. Non sminuisco affatto l’importanza di raccontare gli aneddoti che circondano un film, ma commentarlo durante le riprese è un sacrilegio.
  Penso invece che bisognerebbe cercare di guardarlo tutto dall’inizio alla fine, possibilmente in un luogo tranquillo, su uno schermo il più grande possibile e con uno dei migliori impianti stereo in circolazione. Solo allora si può entrare in quel mondo e viv
erlo sulla propria pelle.

Tra le altre cose,

Per un artista, intendersene di conflittualità e di tensione è una cosa positiva. Possono fornirti degli spunti. Ti garantisco, però, che troppa tensione impedisce di creare. Troppa conflittualità sbarra la strada alla creatività. Puoi intendertene, ma non ci devi convivere.
  Nelle storie, nei mondi che possiamo visitare, c’è dolore, confusione, oscurità, tensione e rabbia. Anche omicidi; tutte cose di questo tipo. Per mostrare la sofferenza, però, il regista non deve per forza soffrire. Puoi mostrarla, puoi rappresentare la condizione umana, i conflitti e i contrasti, ma non devi viverli sulla tua pelle. Ne sei il regista, ma non ci sei dentro. Lascia che a soffrire siano i tuoi personaggi.
  È questione di buonsenso: più l’artista soffre, meno sarà creativo. Probabilmente si divertirà meno facendo il proprio lavoro e probabilmente sarà meno in grado di farlo bene.
  […]Alcuni artisti sono convinti che la rabbia, la depressione o altri sentimenti negativi diano loro una marcia in più. Pensano di doversi tenere stretta la rabbia, la paura, per essere in grado di rappresentarle nelle loro opere. L’idea di diventare felici a loro non piace; fa venire loro da vomitare. Pensano che li priverebbe di questa marcia in più, o delle loro capacità.
  […] Se sei un artista, devi conoscere la rabbia senza esserne ostacolato. Per creare, devi avere energia; lucidità. Devi essere in grado di catturare le idee. Ed essere abbastanza forte da combattere le incredibili pressioni e lo stress di questo mondo. Quindi è logico coltivare il luogo da cui provengono questa forza, quest’energia, questa lucidità: tuffarsi dentro e ravvivarlo. È strano a dirsi, ma per esperienza personale so che è vero: la beatitudine è come un giubbotto antiproiettile. Una protezione. Se ne hai a sufficienza, diventi invincibile. Così, quando tutti i sentimenti negativi iniziano ad andarsene, puoi catturare più idee e capirle più a fondo. Ti entusiasmi più facilmente. Sei più energico, più lucido. Allora puoi davvero rimboccarti le maniche e tradurre le idee in una qualsiasi opera d’arte.

 

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