Il filo che ha unito le letture di Raccontando un libro

Domenica 22 gennaio, con il reading dedicato a Lo scrittore fantasma di Philip Roth, si è concluso il trittico di letture raccontate organizzate dal sottoscritto insieme agli amici del Vento dello Stretto.

Prima che iniziasse questa avventura, e anche durante, qualcuno mi ha chiesto perché avessi scelto proprio quei romanzi, e cosa li unisse, e adesso ho deciso di scrivere qualcosa in merito.

Innanzitutto, ho scelto di leggere davanti a un pubblico Per chi suona la campana, di Ernest Hemingway, L’amore ai tempi del colera, di Gabriel García Márquez, e appunto Lo scrittore fantasma, di Philip Roth, perché sono tre romanzi che ho amato, da lettore, che mi hanno colpito, da aspirante scrittore, e ho cercato di trasmettere le emozioni che queste opere mi hanno fatto provare.

Però c’è anche dell’altro. Nell’ordine, abbiamo letto una storia di guerra, una storia d’amore e una storia che parla di scrittura. Naturalmente, e lo abbiamo visto insieme nei relativi appuntamenti, Per chi suona la campana, L’amore ai tempi del colera Lo scrittore fantasma sono molto più di questo, ma volendo fare una sintesi brutale possiamo definirli proprio così: una storia d’amore, una storia di guerra e una storia che parla di scrittura.

Guerra, amore, scrittura; un percorso un pò strano. Cosa hanno in comune guerra, amore e scrittura? Guerra e scrittura qualcosa in comune ce l’hanno, e cioè che se entrano nelle nostre vite le ribaltano di centottanta gradi. Che l’amore ci influenzi lo sappiamo più o meno tutti, per le rispettive esperienze, anche prima di leggere L’amore ai tempi del colera (sebbene Márquez ci mostri magnificamente come l’amore riesca a cambiare anche chi si ritiene immutabile); per la guerra, per fortuna, il discorso è diverso. Io, e molti altri, abbiamo avuto la fortuna di non viverla. Ci è stata raccontata dai nostri nonni, o dai genitori, per chi è un po’ più grande; la vediamo in tv, anche in zone che ci sono molto vicine, e per quanto sarebbe stupido pensare che guardare le immagini dal divano, o mentre siamo a tavola, sia come essere lì, riusciamo a percepire quanto la guerra sconvolga la vita di chiunque si trovi coinvolto.
E la scrittura? La scrittura no, non sconvolge (tranne rari casi) la vita di qualcuno. Tra scrittori aspiranti e professionisti, molti scrivono di tutto, traendo tanto da tale esperienza, ma senza che le loro vite siano ribaltate di netto. Però l’argomento della scrittura è proprio questa benedetta vita. Tutti gli scrittori, di ogni genere, scrivono della vita. I meno bravi lo fanno in maniera accennata, superficiale, i più bravi invece spaccano il capello in quattro, scavano in profondità nel reale e ci dicono tante cose. Lo fanno senza che noi ce ne accorgiamo, perché non ci fanno una predica, non ci trasmettono un sermone; ci raccontano una storia che noi seguiamo con piacere, però in questa storia noi troviamo esattamente le cose che loro hanno voluto farci trovare.

Naturalmente Hemingway,  Márquez e Roth fanno parte del secondo genere di autori, e leggendoli non abbiamo parlato solo di guerra, amore e scrittura; abbiamo trovato incomprensioni, conflitti, dubbi su come comportarsi, abbiamo perso e ritrovato fiducia, abbiamo amato e odiato i personaggi delle tre opere; in breve, ci siamo trovati davanti le stesse dinamiche che incontriamo ogni giorno a casa, in ufficio, al bar.

Una grande opera resiste al passare del tempo, e i capolavori che abbiamo letto, pur essendo stati pubblicati nel 1940 (Per chi suona la campana), nel 1985 (L’amore ai tempi del colera), nel 1979 (Lo scrittore fantasma), ci hanno raccontato tanto delle vite che viviamo. Forse abbiamo imparato qualcosa, forse no; l’importante è che abbiamo riflettuto insieme e, spero, che ci siamo divertiti.
Pierluigi Siclari legge Lo scrittore fantasma di Philip Roth - Raccontando un libro atto III

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Reading&Chocolate – letture su egoismo e altruismo, collaborazione e condivisione

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