Le Lezioni americane di Italo Calvino

Per sottolineare la duttilità delle Lezioni americane di Italo Calvino basti dire che quando, qualche anno fa, a Giovanni Trapattoni, uomo di sport, venne chiesto di tenere un discorso per dei dirigenti delle poste svizzere e tedesche sul peso della parola, l’allenatore utilizzò, per prepararsi, proprio l’opera in questione.

Il libro nasce dall’invito, da parte dell’Università di Harvard, riguardante un ciclo di sei lezioni. Al momento della morte, Calvino (di cui abbiamo suggerito la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore qui) aveva completato la stesura di cinque lezioni e raccolto materiale per la sesta.

I temi delle sei lezioni americane di Italo Calvino sono: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, iniziare e finire (il titolo originale della sesta lezione sarebbe stato Consistency).

Nel trattare ogni argomento, Calvino usa fonti nobili e popolari, citando Dante e Leopardi insieme a proverbi e leggende di determinate aree geografiche.

Fra tutte le lezioni, quella più citata, quella che è entrata maggiormente nell’immaginario collettivo è la prima, dedicata alla leggerezza, ma per invogliare alla lettura di questo volume preferisco riportare una parte della lezione dedicata all’esattezza.

Cercherò prima di tutto di definire il mio tema. Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;

2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, <<icastico>>, dal greco εἰκαστικός;

3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

  Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

 

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